Menu Chiudi

La storia moderna della cosiddetta statua di Afrodite restituita dal J. Paul Getty Museum alla Sicilia ha inizio alla fine degli anni ’70 quando, nel territorio di Morgantina, un gruppo di spregiudicati scavatori di frodo porta alla luce uno dei più rilevanti esempi di scultura greca tardo-classica realizzata in calcare e marmo pario.
Rotta in tre parti forse già al momento della caduta in antico, l’ opera attraverso vari intermediari e seguendo l’ iter consueto dei trafficanti di reperti antichi, viene esportata illegalmente prima in Svizzera e poi in Inghilterra. Qui entra in gioco l’antiquario britannico Robert Symes, uno degli antiquari più noti a livello internazionale, proprietario di diversi depositi tra Londra, Ginevra e New York stipati di opere d’arte di inestimabile valore provenienti da scavi clandestini.

Symes nel 1986 acquista la statua per 1,5 milioni di dollari da intermediari svizzeri e italiani, rivendendola due anni dopo al Getty per 18 milioni di dollari. Le clamorose rivelazioni rilasciate nel 1988 da Thomas Hoving, ex-direttore del Metropolitan Museum di New York, alla rivista “Conoisseur” riguardo la presunta provenienza della statua dal sito di Morgantina, uno dei territori più saccheggiati dalla Sicilia, avviano le indagini della magistratura ennese. Già in quegli anni, la Soprintendenza di Agrigento, allora competente per il territorio di Morgantina, aveva denunciato scavi clandestini concentrati nell’area sacra di San Francesco Bisconti e le dichiarazioni di Hoving sembravano coincidere con le indiscrezioni raccolte dalla stessa Soprintendente Graziella Fiorentini circa la scoperta di una grande statua di culto.

Silvio Raffiotta, giudice istruttore nel Tribunale di Enna, già impegnato sul fronte del traffico clandestino di opere d’arte, per diversi anni perseguirà, insieme al Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e allo stesso Ministero dei Beni Culturali, ciascuno per le proprie specifiche competenze, un complesso lavoro di indagini giudiziarie che, con la collaborazione dell’ Interpol, inizieranno a far luce sulle varie fasi del trafugamento di importanti reperti tra i quali il gruppo di acroliti in marmo acquistati dal magnate dei diamanti Templesman e il tesoro di argenti finito nelle collezioni del Metropolitan.
Si apre in quegli anni un delicato e difficile contenzioso con i più importanti musei americani destinato a concludersi, solo dopo alterne vicende, sensazionali rivelazioni e complesse trattative con la restituzione all’Italia di straordinari capolavori.

Nel 2005 un’ inchiesta, sul traffico internazionale di opere antiche, avviata dalla Procura di Roma porterà in giudizio personaggi eccellenti legati a vicende vecchie e nuove in un processo definito una pietra miliare nella lotta al traffico illegale di opere antiche. Lo scandalo travolge le più grandi istituzioni culturali d’ oltreoceano, rivelando all’ opinione pubblica internazionale e alla comunità scientifica, forse per la prima volta con tale forza mediatica, tutti gli inquietanti risvolti del “grande saccheggio”. Anche a seguito di tali eventi si arriva alla restituzione di alcuni capolavori archeologici.

Nel 2006 il Metropolitan Museum firma la restituzione del tesoro di argenti ellenistici da Morgantina rientrati in Italia solo nel 2010, ma già nel 2005 Mister Templesman aveva donato gli acroliti di Demetra e Persefone al Museo della Virginia, in seguito restituiti all’ Italia, grazie anche alla preziosa mediazione dell’archeologo americano Malcom Bell, professore alla Virginia University e direttore, fin dagli anni ’80, di una missione di scavi a Morgantina. L’effetto congiunto di più elementi ha dato, infatti, in quegli anni cruciali una svolta decisiva alle intricate vicende.

La consapevolezza da parte delle istituzioni italiane di dovere attuare una strenua azione di tutela per arginare la piaga dello scavo clandestino,
salvaguardando la specificità e il contesto originario del nostro patrimonio, hanno contribuito notevolmente a sensibilizzare la comunità scientifica e i musei americani in tema di politiche di acquisizione e di rispetto delle norme internazionali.
Un cambiamento culturale ed etico di importanza capitale che ha reso possibile, dopo lunghe trattative, la definizione di un accordo Italia/Usa firmato nel 2007 dall’ allora ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli e da quattro musei americani. In virtù di tale accordo il J. Paul Getty Museum, il Metropolitan Museum di New York, il Museum of Fine Art di Boston e il Princeton University Art Museum, riconoscendo la legittimità dell’azione del governo italiano hanno accettato la restituzione di ben 67 capolavori, tra i quali la Dea di Morgantina tornata in questi giorni ad Aidone. In cambio l’ Italia, in un clima di ritrovata collaborazione culturale, si è impegnata a favorire il prestito di opere condividendo e promuovendo con i partners statunitensi la realizzazione di importanti iniziative culturali.
Pochi mesi prima della stipula dell’accordo, la direzione del Getty Museum si era fatta promotrice di un workshop che aveva visto la partecipazione dei rappresentanti dell’amministrazione regionale dei Beni Culturali, di autorevoli archeologi, dell’ Archaeological Institut of America e dei responsabili delle analisi di laboratorio effettuate sul calcare della statua di Morgantina, allo scopo di esaminare e discutere gli elementi più significativi utili determinare la provenienza originaria dell’opera.

Nel 1997, infatti, una Commissione nominata dal Ministero dei Beni Culturali, coordinata dal professore Nicola Bonacasa, aveva incaricato Rosario Alaimo docente dell’ Università di Palermo di effettuare delle analisi geologiche e petrografiche su alcuni campioni di calcare prelevati dalla scultura del Getty. I risultati delle indagini, comparati con altri campioni provenienti da una statua ellenistica rinvenuta nell’ agorà di Morgantina, hanno accertato la compatibilità del materiale lapideo della statua Getty con l’ambiente geo-morfologico siciliano ibleo escludendo al contempo tutte le ipotesi alternative di provenienza e fornendo la prova più schiacciante della presunta origine dell’ opera.

Nel marzo 2010, l’ Assessorato dei Beni culturali e dell’ Identità siciliana ha firmato un accordo con la direzione del Paul Getty Museum che prevede, in un clima di sinergica azione culturale, un articolata programmazione di progetti tra i quali, lo scambio di reperti archeologici, l’ organizzazione di mostre e un piano di ricerca sui sistemi antisismici a protezione del patrimonio archeologico già presentato nella Conferenza internazionale sulla mitigazione sismica per le collezioni museali tenutasi a Palermo nell’ ottobre 2010. L’accordo ha già dato i primi esiti con la realizzazione di nuove basi antisimiche per il cratere attico a figure rosse del Pittore dei Niobidi e del Kouros in marmo del Museo Archeologico di Agrigento esposti nei mesi scorsi con grande affluenza di pubblico nel museo Getty di Malibu.

Maria Lucia Ferruzza
Archeologa – Assessorato BB.CC e I.S. Regione Sicilia