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Il Dialetto Gallo Italico di Sicilia

Il dialetto parlato in Aidone, unitamente a quello di Nicosia, Piazza Armerina, San Fratello e Sperlinga, viene denominato dai linguisti galloitalico. Questi  dialetti, soprattutto nella fase più antica, si differenziavano dal siciliano per caratteristiche fonetiche, morfologiche e lessicali.

La loro origine va ricercata ai tempi della dominazione normanna e sveva della Sicilia,  dall’XI al XIII sec., quando  fu favorita l’immigrazione dei coloni provenienti dall’Italia settentrionale per ricostruire e ripopolare  paesi e contrade sconvolte dalle guerre. Vi si insediarono con la loro cultura e la lingua che in alcune contrade, come le nostre , divenne predominante. Le aree di provenienza erano  soprattutto Lombardia, Piemonte, l’antica Gallia Cisalpina, da qui la definizione di galloitalico e la relativa somiglianza con il francese che salta anche  all’orecchio  del profano.

In Aidone, la posizione un po’ isolata, nonchè la vicinanza con la galloitalica Piazza Armerina, hanno favorito la  conservazione del dialetto per molti secoli, poi l’esigenza di comunicare ed effettuare scambi ha favorito il suo avvicinamento al siciliano. La forma vernacolare, conservata nei documenti scritti (soprattutto composizioni poetiche dell’inizio del Novecento) e nell’uso attuale di pochi parlanti, aveva già subìto l’impoverimento morfologico e lessicale a favore del siciliano e mantenuto più a lungo gli esiti fonetici. All’inizio del secolo (1902), A.Ranfaldi scriveva in un sonetto:  “A ddinga ch’ogn giurn us a v’rsùra,  Nan eia com a cudda  c’tatìna ”  (la lingua che ogni giorno uso in campagna, non è come quella cittadina), testimoniando di fatto  una situazione di bilinguisno che ancora perdura:  il vernacolo parlato in ambienti familiari  e rurali e il  “siciliano” riservato alla piazza e ai forestieri.

Tale condizione oggi appartiene a pochi parlanti, il resto della popolazione parla solo la forma sicilianizzata che dell’antico galloitalico mantiene il più vistoso esito fonetico: la caduta delle vocali finali e lo scempiamento di <e> ed <i> in posizione atona.

Oltre ad Aidone sono in provincia di Enna i principali centri galloitalici: Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina e poi in provincia di Messina: San Fratello, Acquedolci, San Piero Patti, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia, Fondachelli-Fantina.
Quali sono le peculiarità del galloitalico rispetto agli altri dialetti siciliani?

- LA MUTOLA:
Abbiamo detto che il fattore fondamentale di differenziazione è costituito dalla fonetica, l’elemento che di primo acchito salta all’orecchio è la presenza della mutola, di questa vocale indistinta, quasi muta, ma della quale percepisci lo spazio e l’intensità. La frequenza della mutola in fine di parola, fa sembrare le parole tronche e l’etimologia popolare da sempre ne ha attribuito l’origine al francese. Questo  è ancor più vero nell’aidonese dove si può dire che non esista parola che non presenti almeno una mutola, alcune ne presentano un numero tale da rendere la parola scritta quasi illeggibile, un esempio per tutti: z’r'mingh’, la cicatricola dell’uovo (dal lat. Germinem).

IL TRONCAMENTO DELL’INFINITO VERBALE

Un’ altra caratteristica che fa tanto “francese” il galloitalico; mangè / mangèr‘ e poi part’r e vinn’r , fer’,  parrè, z’rchè.

L’IPERCORRETTISMO
che si manifesta  come ipersicilianismo, cioè un  esagerato  adeguamento alla lingua dominante: es.: la -ll- intervocalica diventa come nel siciliano -dd- ( bedd’ > beddu ) ma il processo di adeguamento va oltre cacuminalizzando tutte le < l >, anche in posizione iniziale, siano esse scempie o doppie: in aidonese: dditt’ (letto), ddusgèrdula (lucertola), ddumàr’ (accendere), esisti sconosciuti al siciliano.

ESITI PARTICOLARI NEL CONSONANTISMO
: – - la <c> o <cc> palatale (suono di cibo, ceci ) derivata dal latino < pl /cl >, es: cciov’r, ccioviri, cciou,  contro il siciliano chjoviri e l’ italiano piovere;  cciò, ciov’, contro chiovu e chiodo,
- la < z e zz > (suono sonoro di zero) che deriva dalla < g+ vocale palatale>, sia in posizione iniziale che intervocalica: es. zenn’r', zimm’ , frizz’r (genero, gobba, friggere) a fronte del siciliano: iènniru, immu,friiri.
- la < zz- > (suono sordo di piazza, zio) che deriva  da < c + vocale palatale> es: (cenere, ceppo), contro il siciliano cinnira e cippu . zzinn’ra, zzipp’
- la < sg > (suono che richiama più o meno quello del francese jamais, je) da <-c-> intervocalica seguita da vocale palatale <e -i>  es. d‘isgìa, crusg’, stasgìa, brusgè (diceva, croce, stava, bruciava), in siciliano: diciva, cruci, staciva, bruciari;
- la < ngh >, l’esito forse più tipico, cioè la velarizzazione della nasale in finale di parola singolare che termini con <-uno, -ino, ono, one, ano…> es.: ungh’,  z’r'mingh’, mangiungh’ , pangh’, vingh’, purtungh’ (uno, cicatricola, mangione, pane e vino
L’abbandono di questi esiti, sentiti come lontani dal siciliano, in un certo senso rustici e pesanti, è la caratteristica che fa la differenza tra la parlate arcaiche, parrer’ accuscì o a carcarazza e quella sicilianizzata, parrar’ accussì.

(Franca Ciantia)

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